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Le comunità per minori possono essere luoghi di accoglimento e protezione, dove prepararsi al futuro, creando una base sicura da cui ripartire.

"La comunità per minori diventa, per il bambino accolto, lo spazio della sua vita attuale, la sua casa. L’ambiente favorevole in cui si trova ora il minore lo aiuta a rispecchiarsi, a capire ed accettare il suo passato e a trarre spunti per la ricostruzione della propria identità personale." (Sara Scarsi)

Comunità per minori: storia e classificazione

La nascita delle comunità alloggio per minori in Italia è da collocarsi alla fine degli anni settanta. Queste strutture, intese come alternative agli istituiti tradizionali, hanno avuto una  trasformazione lunga e complessa passata attraverso numerosi interventi legislativi diversificati.

Così come una volta esisteva una sola soluzione, l’istituzionalizzazione, ai tanti problemi dei minori, nel tempo si sono sviluppate la coscienza e la competenza tecnica per realizzare progetti mirati al contesto e alla situazione specifica del minore stesso. E’ sempre più presente inoltre, l’esigenza di un lavoro sui genitori mirato a valutarne le possibilità di recupero, lavoro che, a seconda dei casi, darà esiti differenti. In questo scenario la comunità per minori, la cui funzione sembra essere sempre più incentrata sulla protezione e la tutela del minore, è chiamata ad integrarsi in progetti a più ampio respiro e a svolgere funzioni adeguate alle necessità. Nascono dunque differenti tipologie di comunità, classificate in diverso modo a seconda del criterio utilizzato di volta in volta.

Il problema della classificazione delle strutture residenziali per minori si fa particolarmente attuale dal momento che la recente legge 328 del novembre 2000 prevede, all’ art. 11, che servizi e strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale debbano essere autorizzate al funzionamento dai comuni, e che tale autorizzazione dovrà essere rilasciata in conformità a requisiti che saranno stabiliti da una legge regionale; questa legge regionale dovrà, a sua volta, recepire e integrare i requisiti minimi stabiliti con regolamento dal Ministero per la Solidarietà sociale. I Comuni provvederanno, quindi, anche all’accreditamento delle strutture, e corrisponderanno ai soggetti accreditati tariffe per le prestazioni effettuate. Per i criteri di accreditamento saranno riferimento essenziale le Linee guida “Qualità dei servizi residenziali socio-educativi per minori” emanate dal Ministero per la Solidarietà sociale d’intesa. Le Linee Guida riprendono al loro interno, modificandola leggermente, una classificazione dei servizi per minori elaborata dalla Conferenza Stato Regioni nel gennaio del 1999.

In quella prima classificazione, la “comunità per minori” veniva definita “Presidio residenziale socio-assistenziale per minori” (termine usato nella legge 285 del 1997), e ne venivano individuate 4 tipologie: comunità di pronta accoglienza; comunità di tipo familiare; comunità educativa; istituto. Nelle Linee guida si parla invece di “Servizi residenziali socio-educativi per minori”, e la classificazione prevede quindi le altre tre categorie già individuate, con l’aggiunta del “gruppo appartamento giovani”:

  • Comunità educativa. In questo servizio l’azione educativa viene svolta da un’equipe di operatori professionali, che la esercitano come attività di lavoro;
  • Comunità di pronta accoglienza. È una comunità per minori educativa che si caratterizza per la capacità di accogliere il minore in condizioni di disagio estremo e senza un preventivo piano di intervento; la permanenza è breve, per il tempo strettamente necessario a individuare una collocazione più idonea;
  • Comunità di tipo familiare. In questo servizio le attività educative sono svolte da due o più adulti che vivono insieme ai minori, anche con i propri figli, assumendo funzioni genitoriali. Gli adulti generalmente sono un uomo e una donna; possono svolgere attività lavorativa esterna ed essere coadiuvati nelle attività quotidiane da personale retribuito;
  • Gruppo appartamento giovani. Questo servizio accoglie giovani che non possono restare in famiglia, sono vicini o hanno superato i 18 anni e devono ancora completare il percorso educativo per raggiungere l’autonomia e un definitivo inserimento nella società. Le attività quotidiane sono in gran parte gestite dai giovani stessi e l’azione educativa non richiede la presenza continua di operatori interni alla struttura.