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Dibattiti molto accesi sono avvenuti sull’opportunità o meno di inserire bambini, soprattutto quando molto piccoli, in comunità per minori. Da più autori è stato affermato come non sia opportuno, ad esempio, inserirvi bambini e ragazzi che dovranno restarvi a lungo, sostenendo l’importanza di privilegiare l’affido familiare perché ritenuto un contesto relazionale più vicino alla normalità, più affettivo e più stabile.

Certamente l’affido etero familiare può essere una risposta adatta per un bambino che, pur non completamente “privo” della sua famiglia, ha sperimentato in essa inadeguatezza, trascuratezza e relazioni distorte; tuttavia questo non è sempre un percorso facilmente praticabile e, nel contesto di uno specifico caso, a volte può rivelarsi inopportuno. Di fatto non sempre si riescono a reperire famiglie affidatarie adeguate e necessariamente preparate ad affrontare le molteplici problematicità dei minori allontanati e delle loro famiglie d’origine.

Problematiche a volte molto gravi, come ad esempio un abuso o un grave maltrattamento, possono rendere difficile un affido familiare per le complesse dinamiche vissute e i susseguenti problemi che si dovranno affrontare. D’altro canto sono spesso i ragazzi stessi a non essere pronti ad un affido, ad “affidarsi” letteralmente a qualcuno, ad un adulto semi-sconosciuto che in breve tempo diventa “la tua famiglia”. Molti di loro sono bambini altamente traumatizzati, con alle spalle storie terribili di maltrattamento, trascuratezza ed abbandono, in altri termini sono semplicemente bambini infelici.

"Infelici devono essere considerati in un modo o nell’altro tutti quei bambini della cui esistenza autonoma e dei cui bisogni di differenziazione non ci si accorge da parte di genitori che, per varie ragioni, li usano nei fatti come oggetto di prolungamento del sé invertendo una gerarchia naturale e bloccando un processo evolutivo sano."

    Cancrini (2012)